ALLACCIAMOCI LE SCARPE: L’AUTOSTIMA IN PICCOLI GESTI!

 Quanto è importante ciò che diciamo e come lo diciamo?

Le parole e come le usiamo hanno una grande valenza educativa e formativa. Le parole dette con garbo, gentilezza, con il rispetto per l’altro, sono parole semplici, eppure ci possono cambiare l’umore, ci possono far sentire apprezzati,  sono importanti per gli adulti immaginiamo quanto possa esserlo per i bambini. L’autostima ha a che fare con l’idea positiva o negativa che si ha di se stessi ed è frutto di valutazioni che ognuno di noi compie nei diversi ambiti della propria vita a seguito delle diverse esperienze che si fanno.

Ma come si può  favorire la costruzione dell’autostima ? Quale atteggiamento ne inibisce la sua costruzione?

Se ci soffermiamo a pensare al mondo di un bambino, forse ci accorgeremo quanto sia carico di “ordini”, rimproveri, indicazioni su cosa fare e cosa non fare, proprio perché è in crescita e questo presuppone che tante cose ancora non le conosce, che bisogna guidarlo sull’intraprendere la strada giusta.  Un adulto che si occupa della crescita di un bambino, sia esso un genitore o un insegnate, è spinto dal desiderio di far crescere quel bambino o più di essi, in modo corretto orientato a comportamenti positivi, socialmente condivisi.

Al contempo quanto vale, in questa realtà educativa e di guida, una parola gentile?

Vale molto più di quanto si pensi, può insegnare più di quanto possa fare un rimprovero. Durante lo sviluppo i bambini attraversano numerose fasi nelle quali mettono in dubbio la loro persona, si misurano con gli altri, con l’adulto e le sue aspettative, con il gruppo dei pari, queste realtà fatte di nuovi stimoli ed interazioni continue comportano nuove acquisizioni sul piano cognitivo, e dunque degli apprendimenti, ma anche dal punto di vista emotivo. Tali conquiste si iscrivono nel percorso della crescita determinando pian piano il senso del “chi sono io” della propria immagine di sé in rapporto a se stesso ed agli altri. Dunque bisogna guidarli verso l’acquisizione di un immagine positiva, far sì che si sviluppi un senso di autoefficacia, che sentano di valere come persone.

Dunque come fare a trasmettere un messaggio positivo?

Non servono frasi piene di aggettivi positivi e sproporzionati, che andrebbero a fortificare il desiderio di approvazione del mondo che ci circonda. Diverso è comunicare un apprezzamento che funga da incoraggiamento rispetto alla vostra fiducia nelle sue capacità, che significa rispettare anche i suoi tempi di apprendimento che sono diversi per ogni bambino. Dunque imparare a tollerare le frustrazioni delle proprie difficoltà, non andando ad anticipare i suoi tempi di acquisizione o sostituirsi a lui/lei. Mi piace pensare con un’immagine quanto detto, ovvero di un genitore con il suo bambino/a che camminano l’uno accanto all’altro, ma il genitore un piccolo passo indietro, che significa fargli sentire che si è con lui ma che ci si può fidare anche delle sue capacità di camminare con le sue gambe. Lasciare che i bambini imparino dai propri errori, attendere, ad esempio, che imparino a infilarsi un paio di scarpe, di calzini, a comprendere come si infila un giubbotto che per un adulto sono gesti semplici ed automatici che richiedono pochi secondi, mentre per un bambino che inizia a sperimentarsi possono volerci anche diversi minuti, ma poi la sua piccola conquista agli occhi di un adulto sarà per lui fonte di soddisfazione. In tali piccoli gesti quotidiani, come quella descritta pocanzi,  acquisisce valore la  capacità di aver tollerato la frustrazione, ad esempio,  di non essere riuscito subito a capire quale manica infilare prima del giubbotto, come posizionarsi nello spazio fisico del suo corpo e quello esterno rispetto ad un oggetto nuovo che lo induce a doversi concentrare e coordinare, per poi finalmente assaporare la sua conquista. Una buona dose di autostima inizia a costruirsi proprio da questi piccoli momenti, dove il ruolo dell’adulto può fare la differenza. In quanto un genitore che sa aspettare,   guidando da lontano senza sostituirsi, dunque osservando suo figlio/a  per comprendere se, quando e in che modo possa essere il momento giusto di intervenire. Inoltre bisogna tener presente che i bambini hanno un impulso biologico a imparare a gestirsi da soli nel mondo che li circonda, spesso però tale impulso non è in linea con le loro abilità fisiche ancora acerbe e impacciate e questo può determinare un fallimento nell’ obiettivo che si era proposto/a di portare a termine (Pantley 2014). La frustrazione e il desiderio di riuscire, dunque, possono portarli ad arrabbiarsi, scoraggiarsi. Tuttavia ci sono occasioni in cui il genitore può dedicarsi al proprio bambino in queste nuove acquisizioni, altre in cui la vita frenetica, gli impegni di gestione familiare, piuttosto che lavorativi, potrebbero rendere molto difficoltoso sostenere il bambino nell’impresa di cimentarsi in una nuova abilità, dove in tal caso potrebbe risultare controproducente(Pantley 2014) .

Per cui è sempre bene trovare il giusto equilibrio, adottare  una sana flessibilità, tenendo presente che il tempo dedicato in situazioni che sembrano semplici routine hanno un grande valore nella crescita sia sul piano cognitivo che affettivo emozionale e dunque di sé.  Potremmo concludere che un buon modo per trasmettere un messaggio positivo è senz’altro concedersi a loro, concedere il proprio tempo può significare semplicemente che per crescere in modo armonico i bambini hanno bisogno che qualcuno li ascolti, che li faccia sentire importanti molto spesso starli ad ascoltare, come sostenuto anche da Pantley, è più importante che “aiutarli” o risolvere un problema.

Dott.ssa Valentina Valletta

Autore dell'articolo: dott.ssa Valentina Valletta

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